La storia di Frankenstein Garage

chefuturo
Sono seduto a cavalcioni su una cresta rocciosa a 3000 metri. Sotto di me si estendono due vallate che conosco bene. Ho lavorato per anni in quella alla mia sinistra. Una valle in cui il sole splende poco anche se è molto estesa. E’ una vallata colma di “imprese che producono”. Aziende consolidate, storiche, organizzate. Hanno alte mura segnate da crepe e muschio verde, sbarre alle finestre, porte chiuse da catenacci. Nascondono quello che producono perché nessuno possa copiarlo. Non comunicano, non condividono.
Da qualche anno il sole non entra più dalle finestre dei caseggiati e si dice sia arrivata una crisi.
Non c’è più spazio per innovare ed investire. Non si possono spendere soldi per i lavoratori, né per la loro istruzione. Il profitto di pochi è intoccabile e lo si sacrifica a fatica (o proprio per nulla) con le persone che lavorano per costruirlo.
Ho parlato con alcuni valligiani e mi dicono che questa crisi non finisce, che manca il lavoro, che non ci sono soldi.Alla mia destra c’è una valle piccola, ma verde e luminosa. E’ costellata di baite con i tetti in selce. Le persone del posto sono attive, ingegnose, ti parlano del loro lavoro, vogliono dei pareri. Raccontano le loro idee e le condividono. Costruiscono oggetti e lo fanno lì, dove vivono… a differenza della valle “oscura” in cui ci si è dimenticati il “come si fa” e si dà il lavoro fuori, all’estero dove costa meno, sempre meno.Io sono un contrabbandiere. In questi anni ho vissuto in entrambe le due vallate. Sono rimasto sempre più deluso dai governanti della valle oscura e sempre più affascinato dagli abitanti della valle adiacente.
Lì, quasi tre anni fa, ho costruito con Andrea e Alessandro una piccola baita, un garage: Frankenstein Garage. Era la primavera del 2011 ed io ed Alessandro Graps prendevamo un caffè alla macchinetta. Alessandro mi stava raccontando di una trasmissione televisiva in cui in una specie di garage, alcune persone trasformavano oggetti, perlopiù veicoli, dandogli nuova vita. Gli dissi che non era nulla di nuovo e gli parlai dei FabLab. Conoscevo i FabLab perché alcuni anni prima avevo letto il libro FAB di Neil Gershenfeld.
In quei giorni a Milano circolavano dei bandi per progetti d’impresa. Con Andrea Maietta decidemmo di provare a presentare l’idea a due di questi: li vincemmo tutti e due, ma nessuno prevedeva premi in denaro… tempi di crisi!
Eravamo partiti e avevamo la possibilità di avere un ufficio presso un incubatore: nulla di più di un tavolino con la possibilità di collegarsi ad Internet.
Frankenstein Garage era una startup fisica: aveva bisogno di macchine e di un laboratorio. Credo fossimo stati tra i primi a presentare un’idea del genere, da “Maker”, in cui per la prima volta non si avesse a che fare con del software.
Per questo forse l’idea piaceva a molti. Frankenstein Garage voleva essere un FabLab. Un posto in cui poter costruire (quasi) ogni cosa, così come si chiama il corso di Neil Gershenfeld del MIT. Un FabLab è un laboratorio aperto al pubblico in cui le persone comuni possono entrare ed utilizzare delle macchine controllate da computer per creare oggetti in breve tempo. In un FabLab si possono creare, modificare o riparare le cose. Ogni FabLab dovrebbe avere una dotazione standard di macchine. Le macchine tipiche sono stampanti 3D, laser cutter, frese a controllo numerico. Ogni laboratorio è dotato dell’angolino “elettronico” in cui è possibile assemblare circuiti elettronici e programmarli. Le macchine costano e noi non avevamo molti risparmi.Senza aiuti a disposizione, né grandi capitali, ma famiglie a cui badare e mutui da pagare, abbiamo provato a “giocare” seguendo le teorie di Steve Blank & Co. Lean startup, bootstrapping, business model canvas. C’è stato un certo interesse attorno a quello che abbiamo fatto. Non lo avremmo mai immaginato. Il lavoro per aprire un laboratorio sostenibile ed autonomo a Milano non è banale. Solo di affitto sono necessarie migliaia di euro al mese.
Ci siamo inventati corsi e workshop: il nostro Minimum Viable Product. Eravamo in grado di trafficare con elettronica, arduino, stampanti 3D ed abbiamo provato ad insegnare ad altri il nostro sapere.

Dopo mesi di fatiche e sforzi immani abbiamo parcheggiato l’idea del FabLab, pur dedicandoci ad attività inerenti al mondo dei Makers. Ho accettato la sconfitta ed il fallimento, ma non mi sono mai fermato, mai. Personalmente ho incontrato centinaia di persone. Quasi ogni giorno ho ascoltato le idee di innovatori speranzosi ed entusiasti. Ho dato consigli e messo in contatto persone. Abbiamo raccolto tutte le parole, i consigli, i saperi in un libro, “Il manuale del maker”. Un libro introduttivo, per aiutare chi è all’inizio, a muovere i primi passi e a capire cosa e come si possono fare le cose. Ci è sembrata una cosa utile, anche per far conoscere quello che accade in questa vallata, poco conosciuta dal pubblico. Una realtà in cui la crisi c’è ma la si combatte con l’ingegno. Se il lavoro manca, lo si crea. Le difficoltà si superano con soluzioni brillanti. Certo non è facile, ma sono in tanti quelli che lavorano in questo modo, e sono persone geniali, creative e piene di idee. Da poco ho lasciato Frankenstein Garage che prosegue le attività grazie agli sforzi di Andrea.
Io sto per iniziare una nuova avventura. Grazie a Massimo Temporelli ho incontrato la Fondazione Mike e con loro stiamo provando a far partire “qualcosa” qui a Milano. Qualcosa che mi permetta di trasferirmi(ci) in questa verde valle.
Pubblicata su CheFuturo! il 1novembre 2013

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*